• Guida consigliata: “Italia Etrusca – guida completa”. Giunti Gruppo Editoriale, Firenze – 183 pag
• Vedi il Portale di Archeologia Medievale – Università degli Studi di Siena
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Posto al centro dell’area del Monte Leoni, il paese gode di una straordinaria vista che gli consente di dominare tutta la pianura. Ormai ridotto a qualche decina di abitanti, Sticciano (detto anche Sticciano Alto in contrapposizione con il paese a valle lungo la ferrovia) è un borgo medievale di notevole valore.
Nel Medioevo (996) fu degli Aldobrandeschi che vi dominavano con la famiglia Ranieri, Conti di Sticciano e Torniella. Questi, in continua lite con Siena, fecero il loro primo atto di sottomissione al potente Comune nel 1251 con Ranieri da Capucciano. Dopo alterne ribellioni e sottomissioni dei da Capucciano, Siena conquistò definitivamente queste terre nel 1328. Nel 1461 il feudo passa dal Conte Bindo Sticciani ai Piccolomini, ai quali i Medici confermano la signoria, facendo di Sticciano un centro del rinfeudamento granducale.
La chiesa romanica di Sticciano è senz’altro una delle emergenze più notevoli del Comune di Roccastrada: si presenta con planimetria a navata unica rettangolare movimentata da un’abside semicircolare, il presbiterio rialzato ed alla sua destra il campanile rettangolare a forma di torre inserito dentro la chiesa, il coronamento dell’abside è ad archetti ciechi pensili poggiati su mensole, di architettura romanico-lombarda. Due sono i portali: quello principale con un’architrave decorato da due croci romaniche; quello laterale che presenta una decorazione di modanature sugli stipiti e palmette con foglie incrociate sulla cornice del doppio archivolto.
Alla estremità settentrionale del paese emerge il palazzotto baronale dei Piccolomini, a forma di padiglione seicentesco. A poca distanza da questo un tratto di muro sembra curiosamente coricato su un fianco, evidentemente crollato, è stato inglobato nelle successive edificazioni.
Interessante, per gli scorci pittoreschi ed il panorama della sottostante pianura, si presenta l’intero borgo ancora intatto.
Su M.te Leoni, a qualche chilometro dal paese, è un recinto circolare di pietre, che cinge la cima del monte. E’ segnalato come resto di mura crollate pertinenti ad un castelliere di caratteristiche simili a quello di Moscona (vicino alla antica Roselle)

Rovinata da recenti opere di rifacimento di pavimentazione, arredo e illuminazione pubblica e dalla speculazione edilizia sempre più aggressiva alla base del borgo.

Antico Comune, la cui origine si colloca intorno all’anno 1000, titolare di particolari “Diritti d’Uso Civico” che risalgono al 9 dicembre 1296, ancora oggi riconosciuti dall’attuale giurisprudenza.
Il Paese arroccato sopra un alto colle da dove spazia in lontananza il Mar Tirreno, l’isola del Giglio e i monti più alti della Corsica, si presenta maestoso, circondato da mura e bastione.
Le notizie più antiche di Montepescali risalgono al 1020 e 1053, nelle quali epoche questo Castello apparteneva ai Conti Pannocchieschi.
Con al costituzione in Italia dei Comuni avvenuta a Milano nel 1137, anche Montepescali a distanza di soli dieci anni, e cioè il 1 Maggio 1147, si costituì a Libero e Democratico Comune sotto la protezione militare della Repubblica Senese.
Chiesa di San Niccolò, posta sulla parte alta del paese, fu sicuramente costruita, in stile romanico, a una unica navata, tra il X e XII secolo; la struttura portante dell’edificio è in muratura di pietra a conci squadrati. L’opera più importante che vi si conserva è la Madonna in trono col Bambino e Santi, attribuita a Matteo di Giovanni, mentre un bel Crocifisso in legno e un tabernacolo in marmo, per l’olio santo ornano l’abside.
Chiesa di Santo Stefano, che risale al XII secolo. La più antica notizia la si trova nella Bolla del pontefice Clemente III datata 1188.
“Museo della storia locale” (ingresso gratuito, aperto il mercoledì e la domenica dalle 15 alle 19). Nell’occasione, se avrete la fortuna di incontrare il Cav. Giotto Minucci, Direttore del museo e Presidente dell’Amministrazione Separata, goderete della possibilità di fare un bagno nella storia di questa parte d’Italia.
In stato di abbandono!
Il complesso abbaziale di S.Salvatore di Giugnano comprende un’area di circa tremila metri quadri, con numerosi avanzi murari sparsi, parzialmente o totalmente interrati, che si riferiscono agli edifici dell’abbazia benedettina ed al convento agostiniano qui edificato poco dopo la metà del XIII secolo. Al corpo monastico appartengono una cripta romanica con volte a crociera sorrette da quattro colonne e, in superficie, solo sporadiche tracce riferibili alla chiesa romanica, ovvero muretti realizzati con tecnica a sacco, sparsi in un raggio di circa 200 metri quadrati. Seppure nascosti dalla vegetazione, consentono di risalire all’impianto originario dell’edificio, una chiesa ad aula o a croce latina, con orientamento e larghezza identiche a quelle della cripta sottostante. Dell’edificio appartenuto agli agostiniani rimangono i resti di una costruzione a poche diecine di metri dalla cripta, in direzione est. Si tratta dei ruderi, alti circa tre metri, di un’aula rettangolare della quale rimangono in piedi due pareti perimetrali, con due monofore di forme gotiche.
Si accede alla cripta con una scala a pioli attraverso un varco nella volta. La cripta si presenta in forme romaniche, con un vano a pianta rettangolare diviso in tre navatelle da quattro colonne, e con abside semicircolare nella quale si aprono tre monofore tamponate, fatto questo che lascia intendere che, almeno in parte, la cripta sia stata realizzata sopraelevata rispetto al terreno circostante e che il suo interramento completo sia avvenuto successivamente. In origine l’accesso, probabilmente, era consentito da porte corrispondenti alle due ampie nicchie che si aprono nelle pareti perimetrali prima dell’attacco della curvatura absidale, di forma rettangolare, con copertura a botte e con pareti di fondo in grossi blocchi trachitici.
Le colonne sono sormontate da bei capitelli trachitici di forma diversa: due sono circolari in trachite e due in pietra calcarea molto simile a un marmo. Queste ultime, sia per la loro realizzazione in materiale non locale che per l’imperfetto adattamento ai relativi capitelli, sembrano da ritenersi materiale di recupero.

In una carta del 1076, relativa ad una donazione aldobrandesca alla chiesa di Montemassi, è fatta per la prima volta menzione dell’esistenza di un monastero in Giugnano. Ed è proprio in un’area di grande importanza per la famiglia comitale maremmana degli Aldobrandeschi che l’abbazia costituisce un patrimonio fondiario, la cui notevole consistenza è registrata dalla bolla con la quale nel 1140 Innocenzo II confermò a S.Salvatore di Giugnano beni nei territori di Roccastrada, di Grosseto e dell’Ardenghesca, ove si trova un altro importante monastero benedettino, quello di S.Lorenzo, presso Civitella Marittima . La vicinanza a questo “monastero di famiglia” ardenghesco, assieme alla localizzazione del suo patrimonio, fa supporre che S.Salvatore, del quale non ci è pervenuta la carta di fondazione, possa esser fondato dalla famiglia aldobrandesca, in contrapposizione all’abbazia dell’altra famiglia comitale presente nel territorio del medio corso dell’Ombrone, su l’importante itinerario di collegamento fra la pianura grossetana e l’entroterra senese e chiusino. Un diploma dell’imperatore Ottone IV informa che nel 1209 il monastero maremmano è stato posto da papa Innocenzo III alle dipendenze dell’abbazia cistercense di S. Galgano in Val di Merse, del quale nel 1229 viene ricordato esser “grangia”. Ovvero una dipendenza, in particolare sede di una importante attività metallurgica, alimentata dai giacimenti di rame argentifero presenti nella zona, oggetto di grande interesse anche per il comune senese, che con la cessione ad esso dei diritti aldobrandeschi sul castello di Roccastrada, finì col rivendicare a sé ogni diritto minerario nel territorio. Successivamente al 1257 S.Salvatore passò dai cistercensi agli eremiti agostiniani -ed in particolare, secondo la tradizione, ai guglielmiti, che ebbero in Maremma la terra d’origine-, che lo possedevano ancora nei primi anni del Trecento. In questo secolo le notizie sull’abbazia iniziano a perdersi del tutto, tanto che negli Statuti di Roccastrada del 1612 nella località di Giugnano è ricordata solo la presenza di un mulino e di una ferriera. Nel 1775 -come ricorda lo Ximenes nel suo Esame dell’esame di un libro sopra la Maremma Senese, p.353- i priori della Comunità di Grosseto, «richiesti di dare l’enumerazione dei luoghi diruti e desolati che trovansi nel distretto di quella diocesi e potestaria», pur nella consapevolezza che i ruderi in località Bettarello appartenevano ad un antico monastero, non sono in grado di riferirne il nome, identificato finalmente negli studi storici ottocenteschi.

La forma orginaria del castello era sicuramente composta dai corpi che sono arrivati a Noi ovvero il cassero, una torre poligonale, la torre di ingresso al castello e la cisterna dell’acqua.I resti di altre torri e della mura perimetrali dimostrano ancor di più la sua importanza strategica per il controllo della zona.
La notizia piu’ remota del castello di Montemassi risale al 9 Settembre 1076 quando, con atto notarile, un C.Ildebrando e la C. Giuditta sua consorte donarono alla chiesa de’ SS. Andrea e Genziano di Montemassi il padronato della chiesa di S. Margerita e di S. Lucia a Sassoforte. Montemassi, inoltre, già feudo dei Signori si Sassoforte, una diramazione della potente famiglia degli Aldobrandeschi, e’ ricordato nell’atto notarile di divisione del 1216 fra i due rami dell’ illustre Casata.
In seguito alle aspre contese sorte fra gli Aldobrandeschi e la Repubblica di Siena, Montemassi subì la stessa sorte di tanti altri castelli della zona. Fu assediato e per breve tempo abbandonato dai Senesi a causa delle incombenti vicende belliche con Firenze; ma all’ indomani della vittoriosa battaglia dei Montaperti il castello, stretto in un nuovo assedio, cadde definitivamente e le sua mura furono smantellate.

Nel 1328 poi, durante la Signoria dei Pannocchieschi, ci fu un tentativo di ribellione, appoggiato da Ludovico il Bavaro, nei confronti di Siena; il tentativo falli’ ed i Senesi esultanti ordinarono al celebre pittore Simone Martini di dipingere l’assedio. Nel 1375 i Salimbeni, Signori di Montemassi e Boccheggiano insorti contro Siena e sconfitti, furono costretti a restituire il Castello.
Dopo alcune alienazioni con atto pubblico del 25 Agosto del 1559, Montemassi a seguito dell’ annessione della Repubblica di Siena al Principato, fu sottoposto al governo dei Medici. Con diploma infine, del 19 settembre 1632, Montemassi fu ricostruito in feudo con il titolo di marchesato dal granduca Ferdinando II a favore di Giovanni Cristofano Malaspina, dei Marchesi Malaspina di Maluzzo , già signore feudale di Roccatederighi, in virtù di un investitura medicea
Il Centro Storico a forma circolare è racchiudso da una cinta muraria medievale. Vi si accede da tre entrate principali, due delle quali ad arco, che ancora conservano il loro aspetto originale: la porta di Ponente e la porta di Levante, sormontata da un’ alta torre campanaria. Il nucleo più antico del paese risale probabilmente alle dominazioni longobarde. Dell’ antico castello sono conservate alcune strutture: il Cassero, che si trova proprio in Piazza della Pretura, e la base a scarpa poligonale.
La Tomba Etrusca di Poggio Pelliccia ai piedi dell’ abitato di Giuncarico, nei pressi della stazione ferroviaria. E’ un grande tumulo appartenuto ad una famiglia aristocratica di Vetulonia ed usata tra il VII e il V a.C. : la zona in cui è stata scoperta la tomba è infatti considerata una zona perifirica del territorio controllato da Vetulonia. Non lontano è situata la necropoli di S. Germano composta di oltre venti tombe a tumulo, risalente al VI sec. a.C. .
I reperti archeologici che sono stati rinvenuti all’interno della tomba, possono essere ammirati all’interno del Museo etrusco di Vetulonia, recentemente inaugurato. Nei locali del museo è stata riservata una teca ed alcuni pannelli esplicativi al Tumulo di Poggio Pelliccia.
Il castel di Pietra è documentato fino dal 1164. Ne rimane oggi il circuito delle mura con diverse torri e due porte. Nella campagna circostante si trovano i ruderi del Castel di Pietra, legato alla storia dantesca di Pia de’ Tolomei, che qui avrebbe trovato la morte. Le recenti campagne di scavo hanno messo in evidenza un importante sito archeologico con testimonianze che vanno dall’epoca etrusca al Trecento. ingresso: Gratuito Tel 0564 441205
Vedi anche il sito relativo agli scavi in corso: archeologiamedievale.unisi

la storia è avvolta nella leggenda e ripresa da Dante Alighieri, che costruisce un pietoso ritratto della Pia nel V Canto del Purgatorio della Divina Commedia:
“Deh, quanto tu sarai tornato al mondo, e riposo della lunga via”,
seguitò il terzo spirito al secondo,
“ricordati di me che son la Pia:
Siena mi fe’; disfecemi Maremma;
Salsi colui che ‘nnanellata pria,
disposando m’avea con la sua gemma”.
Castel di Pietra viene citato in documento già nel 1067 come appartenente all’Abbazia di Stestinga; è interessante un’altra citazione fatta nel 1203 in un patto fra Ildebrando degli Aldobrandeschi e Siena per il commercio del sale a Grosseto.
Attualmente il sito è oggetto di ricerche archeologiche a cura del ‘Dipartimento di Archeleogia e Storia delle Arti’ dell’Università di Siena.
Il ricordo della tragica morte della Pia dè Tolomei nel Castello di Pietra, viene celebrato ogni anno il 6 agosto a Gavorrano con una rievocazione in costume denominata “Salto della Contessa”: cortei storici, esibizioni di sbandieratori, un palio equestre tra le due contrade dei Tolomei e dei Pannocchieschi, fanno da prologo alla rappresentazione serale nel centro storico.
«Queste terme furono restaurate dal granduca Ferdinando III, per mezzo degli ingegneri Rossi e Lorenzo Corsi, incominciando i lavori nell’aprile 1822 e terminandoli nell’aprile 1824. Per eternare sì fausto avvenimento, a tergo dello stabilimento fu apposta un’apposita epigrafe. Le acque termali furono raccolte in un solo cratere di forma rotonda, dal quale per mezzo di condotti, l’acqua calda viene immessa nelle tinozze di marmo, che in appositi bagnetti o stanze, stanno tutte all’ ingiro. Per comode scale si accede ad un piano superiore, che ha uno scoperto terrazzo e più stanze per comodo dei bagnanti. Sopra la porta anteriore del cratere, che prospetta la via provinciale, vi furono posti quattro leoni di granito, la cui bocca è foggiata in modo da far vedere che erano destinati a gettar acqua: questi leoni di scalpello romano, furono ivi ritrovati negli scavi per i restauri» (A. ADEMOLLO ‘894, p.134).

Le terme oggi restaurate e in disuso

I lavori per la costituzione del perimetro fortificato mediceo di Grosseto, progettato da Baldassarre Lanci, nel quadro della politica di Cosimo I dei Medici tesa alla ristrutturazione dei vecchi Presidi ed alla costruzione di nuove Fortezze, nell’intento di sbarrare le vie di accesso al Granducato di Toscana, durarono complessivamente dal 1565 al 1593, come attestato anche dalla targa marmorea sottostante lo stemma mediceo, posto sopra la porta d’accesso alla Fortezza). Il primo dei baluardi ad esser realizzato è il Baluardo delle Palle (Maiano) costruito tra il 1565 e il 1566; vennero poi costruiti il Baluardo di San Michele (Molino a Vento) terminato nel 1571, il Baluardo dell’Oriolo, o di Porta Mare o di Porta Vecchia (Cavallerizza) fra il 1574-1575, il Baluardo di San Francesco (della Rimembranza) fra il 1576-77, il Baluardo delle Monache (Garibaldi) terminato nel 1577, il Baluardo della Fortezza, in cui i lavori durarono dal 1571 al 1593. La costruzione della cittadella, dunque, iniziò dopo la morte del progettista Baldassarre Lanci (1571), sotto la direzione del figlio di questi, Marino, collaboratore del padre fino dal 1567, e poi, dal 1574 al 1582, di un altro architetto urbinate, Simone Genga.

«Le mura erette dai medici su progetto di Baldassarre Lanci (1565-93) racchiudono la città in un esagono regolare con bastioni ad ogni angolo, tra i quali quello di NE si prolunga, con un corpo più alto, verso l’interno a formare la fortezza. Questa racchiude al suo interno il cassero senese, ed è in mattoni come le mura e penetra all’interno di esse con un’appendice a due bastioni assai più piccoli (della Vittoria, a nord, e di S.Lucia, a sud), con scarpa che giunge fin quasi alla sommità. Tutto il complesso del cassero è stato poi interrato fino all’imposta degli archi delle porte Il bastione orientale invece, facendo parte della fortezza, ha caratteristiche particolari ; infatti si protende ali’ interno delle mura con una parte rettangolare più alta, recante agli angoli due bastioni più piccoli e con muro a scarpa fin quasi alla sommità, sormontato da una cornice sagomata, ma piatta; tutti gli spigoli sono vivi ed i vertici dei due bastioni piccoli
piccoli interni recano una garitta in mattoni, retta da mensole in pietra, come dovevano essercene di analoghe a tutti gli spigoli del bastione esterno, come appare dalle mensole che vi sono rimaste. Il portale d’accesso alla fortezza si trova alla base della cortina tra i due bastioni piccoli, all’estremità, ed è sormontato da un apparato a sporgere». (P.CAMMAROSANO – V.PASSERI ‘85, R.24.1).
Entrati dal portale, una scalinata conduce ad un cortile, con un pozzo, su cui si affacciano ancora alcuni edifici che facevano parte della guarnigione militare.
• Museo Archeologico e d’Arte della Maremma – tel 0564417629
piazza Baccarini, 3 – estate martedì a domenica 10.00 alle 13.00 e 17.00 alle 20.00 – inverno martedì a domenica 9.00 alle 13.00 e 16.00 alle 18.00 – chiuso il lunedì
Città racchiusa dalle mura medicee, imponente circuito murario costruito nella seconda parte del Cinquecento per desiderio del Granduca Cosimo I De’ Medici.
http://www.gol.grosseto.it/puam/comgr/citta.php
• Porta Vecchia, unico accesso alla città sino al 1754, ultimo pezzo della prima cerchia muraria, la più antica della città.
• Cassero del Sale, costruito nel 1345 come sede della Dogana del Sale e Palazzo della Provincia, in Piazza Dante, realizzato in stile neogotico da Lorenzo Porciatti.
• Monumento a Leopoldo II di Lorena, scolpito da Luigi Magi e inaugurato nel 1846, raffigurante il Granduca che solleva una bella e sofferente donna, la Maremma, con in braccio un figlioletto morente. Con la mano destra sostiene un bimbo malato e con un piede schiaccia un serpente, simbolo della malaria, morso da un Grifone, rappresentante la città di Grosseto.
• Cattedrale di San Lorenzo edificata a partire dal 1294 nella zona in cui sorgeva l’antica chiesa di Santa Maria. Il campanile, edificato nel 1402, ha subito una completa ristrutturazione nel Novecento.
• Palazzo Comunale, costruito nel 1870.
• Edifici in stile Liberty: Palazzo del Genio Civile e il Palazzo Tognetti.
• Museo Archeologico della Maremma, ubicato nel palazzo che sia affaccia su Piazza Baccarini, completamente ristrutturato e aperto al pubblico nel 1998, ritenuto uno dei più importanti d’Italia per quanto riguarda gli Etruschi, ma espone non pochi reperti di epoca Romana e Medievale.
• Museo d’arte sacra della diocesi di Grosseto, sempre nel palazzo di piazza Baccarini che propone oltre cento opere, molte delle quali di pregevole valore artistico.
• Museo di Storia Naturale in via Mazzini, che espone raccolte di minerali, insetti, centinaia di farfalle, ossa di animali preistorici e di animali che sono vissuti nell’area grossetana prima dell’affermarsi dell’uomo. Da non perdere il calco dell’Ominide di Baccinello.
• Chiesa di San Pietro, documentata nel 1188, ma rimaneggiata in epoca moderna dove sulla facciata è possibile notare alcune pietre di epoca tardo-romanica
• Chiesa dei Bigi
• Chiesa di San Francesco, con il Crocefisso di Duccio di Buoninsegna (XIII secolo) e l’annesso Convento del primo medioevo
• Chiesa della Misericordia tra piazza della Palma e via Palestro.
• Cassero Senese, risalente al 1345, ma poi inglobato nella cinta muraria cinquecentesca. Sul portone d’ingresso è ben visibile lo stemma dei Medici ubicatovi nel 1593 a conclusione dei lavori di costruzione delle mura.
interesse paesaggistico – Dal castello si domina il lato N/NE della valle fluviale, la pianura circostante intensamente coltivata e la confluenza nell’Ombrone del Torrente Maiano.
Il fiume con i suoi meandri, propone uno scenario caratteristico di valle di un corso d’acqua ormai giunto all’equilibrio.
l’area di golena fra il fiume e l’argine artificiale offre un paesaggio agricolo particolarmente suggestivo nel periodo primaverile, con la fioritura della colza e degli alberi da frutto.
interesse storico – Sede Vescovile intorno all’XI sec., fu sottomessa dai senesi nel XIII sec. e divenne feudo dei Piccolomini nel XV secolo. La prima citazione del luogo risale al IX sec.; nel 1227 si parla di “castrum de Yschia”. Di tale castello (castrum = castello) si conservano le tracce di due cinte murarie su cui si aprono la Portaccia che si affaccia sulla campagna e sul fiume e, diametralmente opposta, una porta-torre in laterizio detta Porta Grossetana che consente l’accesso al centro del paese. Addossato alla cinta muraria si trova il palazzo Pretorio e, più all’interno, i resti del Palazzo del Vescovo nonché la chiesa di S.Salvatore restaurata nel 1938. La cinta muraria più interna è riconducibile ad un blocco di edifici su Via di Mezzo. La caratterizzazione del centro storico è data dalla struttura del castello che testimonia la natura dell’insediamento ed i suoi rapporti con il territorio circostante.
Istia deve il proprio nome alla sua posizione (istia = isola) su un punto di guado del fiume Ombrone. Grazie a tale ubicazione diviene a partire dall’Alto Medioevo (sec. XI) centro di traffici e di transito tra la zona interna ed il litorale. Durante la campagna contro Grosseto del 1137 di Arrigo di Baviera, il castello subisce attacchi e distruzioni e diviene, in quegli anni, sede del Vescovo di Grosseto. Una Bolla Papale del 1188 che menziona peschiere per l’allevamento del pesce e mulini nel territorio del castello, conferma i diritti di proprietà del Vescovo. Nel 1228 il castrum de Yschia passa sotto il controllo di Siena, per essere riconquistato nel 54 da Umberto Aldobrandeschi. La sottomissione a Siena è del 1287, ratificata definitamente dal Vescovo di Grosseto nel 1467. Nel XV secolo diviene feudo Piccolomini.
interesse naturalistico – Il fiume Ombrone è un elemento dinamico importante nel determinare l’aspetto del territorio, operando da agente modellatore del paesaggio. La forza delle acque esercita un’azione di erosione, di trasporto e di deposito dei materiali solidi, modificando in modo talvolta sostanziale la morfologia dell’ambiente naturale. La variabilità osservabile lungo il corso d’acqua e nella golena, è quindi un effetto evidente della loro incessante attività.
Di particolare importanza, ai fini della comprensione delle dinamiche che regolano la vita nel corso d’acqua, è la presenza di macroinvertebrati acquatici, rilevabile con campionamenti mirati o, più semplicemente, sollevando e girando alcune delle pietre giacenti sul fondo.
Ubicato allinterno della Tenuta Il Poggione

Nel novembre 2005 si è concluso il restauro finanziato dalla proprietà del Tino di Moscona, uno dei simboli della città di Grosseto, rocca del Castello di Montecurliano. Il restauro conservativo ha compreso la deforestazione dell’area invasa dalle piante, un consolidamento dei punti a rischio di crollo in corrispondenza delle originarie porte, il ripristino e la stuccatura di alcune zone di muro.
La forma circolare del fortilizio, da cui il nome di “Tino” ad esso attribuito, non appartiene alla tipologia della torre rotonda che si sviluppa in Italia soltanto a partire dal XIII secolo. Il fortilizio in effetti costituisce un’ anomalia nel quadro dell’ architettura militare del territorio senese, e, più in generale, nella pratica fortificatoria italiana.
«Il diametro di quasi 30 metri esclude che il Tino potesse essere un edificio con sole funzioni di avvistamento, quali sono, ad esempio, le torri litoranee disseminate lungo la costa maremmana. Appare impropria la stessa definizione di torre visto che lo sviluppo orizzontale doveva risultare, anche in origine, preponderante rispetto al verticale. In passato la costruzione è stata indicata quale esempio di “castello-recinto”, con funzioni di ricovero per la popolazione in caso di assedio. Considerando la struttura d’assieme dell’insediamento sembra più corretta la definizione stessa contenuta nell’Estimo: “rocca di Montecurliano”, ovvero la parte maggiormente fortificata del Castello, delegata all’ultima difesa, dove la cisterna avrebbe garantito una certa autonomia degli occupanti. Le pareti interne non mostrano tracce di collegamento con altre strutture ad eccezione di una fessura che corre orizzontalmente sulla parete nord, forse la sede per l’appoggio di un camminamento ligneo. Poco probabile l’esistenza di un tetto che coprisse la vasta area racchiusa dal Tino (mq.687), mentre sembra più plausibile la presenza di piccoli locali di abitazione (nella Tavola delle Possessioni del 1320, vengono censite 6 domus in “Rocca de Montecurliano”), a cui ricondurrebbero gli abbondanti accumuli di materiale lapideo, mattoni, tegole e le tracce dell’ambiente T5.
La tecnica muraria del Tino può essere definita, soltanto in via approssimativa, come un romanico, piuttosto rudimentale, costituito da conci lapidei disposti su filari più o meno regolari. Dobbiamo premettere che, in mancanza di scavi archeologici, la sola comparazione dei caratteri formali del paramento murario non consente l’attribuzione ad un ambito cronologico ben definito. Qualche interpretazione più approfondita può essere desunta dalla lettura stratigrafica della struttura. Dall’analisi dell’elevato non si rilevano cesure o sovrapposizioni negli elementi lapidei che possano far ipotizzare la presenza di brani di un edifico preesistente sul quale sia stata effettuata una ristrutturazione. Analogamente, l’analisi delle malte evidenzia una sostanziale unitarietà temporale nella diposizione del paramento murario; non si riscontrano variazioni significative nella quantità e nella qualità del legante nei vari punti della struttura. Nel complesso, quindi, gli elementi raccolti sembrano indicare una realizzazione coincidente con un periodo definito e non con una serie di interventi restaurativi.

PLANIMETRIA DELL’INSEDIAMENTO F.MANGIAVACCHI 2002, pp.128-129

Associazione CARME (Casa delle arti e dei mestieri), è un’associazione di associazioni fondata nel maggio 2006 da Arci (comitato provinciale di Grosseto), Comunicazioni d’Essé, Gruppo Tradizioni popolari Galli Silvestro e Vincenzo Savelli, proprietario e creatore del Parco di Pietra di Roselle. http://www.viacava.org/index.asp
Via Cava 2006, dodici lunghe notti di musica, teatro, dibattiti, incontri di cultura, conversazioni etiche, divagazioni astronomiche e gastronomiche, fiabe e mille altre sorprese. Via Cava 2006 riapre alla fruizione pubblica un luogo simbolo, il Parco di Pietra di Roselle, e lo trasforma in una porta dell’eccellenza dell’intera Maremma.
Via Cava abolisce lo sterile gioco della vetrina estiva d’intrattenimento e fonde il concetto di spettacolo in quello più rilassante e costruttivo di “incontro”, di dialogo e confronto anche sulle grandi questioni etiche del nostro tempo. Un incontro nel quale arte e cultura si contaminano con artigianato e saperi/sapori agroalimentari, preziose risorse di questo territorio. Via Cava prova di nuovo a svelare la natura geneticamente “biodiversa” e contaminata della Maremma e della sua gente, storicamente figlia di sovrapposizioni e incroci fra le più diverse etnie, italiane e non solo. Via Cava ascolta, e non consuma, il territorio.
una delle più fiorenti città della dodecapoli etrusca. Restano tratti della cinta muraria etrusca, il cui perimetro si estendeva per circa 5 km. Scarsi gli avanzi della città antica, di cui sono state messe in luce abitazioni e materiale fittile e musivo appartenente al periodo romano. Di notevole interesse la vasta necropoli con tombe dall’VIII al III sec. a.C. Sono stati rinvenuti sepolcreti di età villanoviana, tombe a circolo del VII sec. con ricchissimi corredi funebri, tumuli monumentali, quali le grandi tombe denominate “della Pietrera” e “del Diavolino”, e una copiosissima serie di bronzi, buccheri, scarabei, ambre, monete, filigrane, lamine d’oro e armille.
Scarica la scheda Vetulonia e il suo territorio .pdf (86Kb)
Poggiarello Renzetti: Area archeologica e Necropoli – tel. 0564 949587 – apertura: martedì, giovedì, sabato – orari: dalle 9.00 alle ottobre a marzo 16.30 – aprile a settembre 18.30 – feriali 12.30 – ingresso gratuito
Rovinata da recenti opere di rifacimento di pavimentazione, arredo e illuminazione pubblica.
Secondo un documento del 1119 il Castello di Batignano, che doveva la sua importanza alle miniere di argento e di piombo, era dominato dalla consorteria signorile dei Visconti, vassalli degli Aldobrandeschi, dal 1178 alleati di Siena.
Nel 1213 passò a Manto di Grosseto, nel 1231 ai signori della Suvera, nel sec. XIV dominarono i Fonteguerri ed i Piccolomini, e nel 1363 fu comprato dalla repubblica di Siena.
Delle mura castellane si riconoscono oggi due torri a pianta quadrata.
Molto interessanti la Porta Senese di cui rimane la torre di pianta rotonda con base a scarpa e la notevole Porta Grossetana dall’ arco ben squadrato, punto di ingresso privilegiato, affiancata esternamente da un ampio piazzale terminale dei mezzi pubblici di trasporto e sede di manifestazioni folcloristiche.
All’ interno della Porta Grossetana si incontra un portico costruito nel sec. XIII utilizzando colonne romane ed altri elementi di spoglio.
Ruins of the Etruscan and roman village

Tel 0564 402403 Apertura 8.30-19.00
Roselle era situata in una posizione geografica particolarmente interessante: dominava il versante sud-orientale del “lago” Prile, via naturale di comunicazione con il mare e le città costiere, mentre il fiume Ombrone, presso la cui foce Roselle sorgeva, rendeva possibile il commercio con la Val d’Orcia e le città dell’Etruria interna.
Anche se sono attestate tracce di frequentazione di età preistorica e protostorica, Roselle venne organicamente abitata dalla prima metà del VII sec. a.C., probabilmente …. scarica scheda.pdf (112KB)

Roccatederighi era già conosciuta come castello nel 952 col nome di Rocca Norsina.
Successivamente nel 1239 il nome di Rocca Norsina cambiò in Roccatederighi prendendo spunto da quei “filii Tederigi” che la dominarono per buona parte del 1200.
A cavallo del trecento Roccatederighi passò sotto il dominio della Repubblica di Siena di cui ne seguì la storia fino alla sua caduta nel 1554. E fu proprio durante la campagna militare del 1553 che le armate del Marchese di Maragliano distrussero completamente Roccatederighi lasciandoci arrivare a Noi solo la porta di ingresso e qualche muro di casa torre.
La visita a Roccatederighi può essere abbinata a quella degli altri castelli limitrofi ovvero Montemassi, Sassoforte, Lattaia ed al Molino di Giugnano.
Da Roccatederighi di può godere di una delle vista più stupende sulla alta Maremma Occidentale.
Il Teatro delle Rocce è una struttura teatrale all’aperto realizzata nel Parco Minerario-Naturalistico di Gavorrano, all’interno della vecchia cava dalla quale si estraeva il calcare che veniva utilizzato per le ripiene delle gallerie minerarie abbandonate. Ben rappresenta quel processo di riconversione dei siti minerari dismessi ai fini culturali , sociali, turistici ed ambientali, che è lo spirito più autentico e profondo del Progetto di Parco Minerario. Dal recupero di un’area lasciata al degrado dopo la dismissione della vecchia miniera di pirite, è nato un grande spazio attrezzato all’aperto capace di ospitare 2000 persone.
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Paganico è stato costruito come “borgo novo” per iniziativa del Comune di Siena che ne deliberò l’edificazione nel 1262 e fece iniziare i lavori nel 1292, completandoli nel 1328 con la ristrutturazione del sistema difensivo delle mura. Il castelfranco di Paganico doveva essere per Siena un’importante sede di dogana e di scambio commerciale lungo la valle fluviale dell’Ombrone, che è la via di collegamento naturale tra l’interno e la costa. La pianta pressoché rettangolare della cerchia muraria e l’assetto urbanistico scandito a maglie rettangolari intorno ai due assi viari perpendicolari che uniscono le porte di accesso del paese è ancora oggi il segno evidente del fatto che Paganico fu edificato su pianificazione.
La visita del borgo di Paganico consente di osservare un tipico centro medievale in cui, nonostante i numerosi interventi spesso poco attenti al rispetto del valore storico degli edifici, sono ancora ben individuabili sia la struttura urbanistica che gli elementi cardine dei borghi di tale epoca:
la chiesa tardo – romanica di San Michele, costruita tra il 1296 e il 1305, che conserva due cicli di affreschi di scuola senese, tra cui un’annunciazione, una natività e adorazione dei Magi attribuiti a Biagio di Goro Ghezzi;
la Porta Grossetana (o Porta Franca), con arco gotico senese, preceduta dal rudere di un antiporto;
la Porta Senese (sul lato opposto del quadrilatero delle mura), anch’essa con arco senese, affiancata dalla torre e sovrastata dall’antico cassero che in epoca medicea fu trasformato in un meno austero palazzo signorile;
il corso centrale con i palazzi che lo affiancano (varie parti originarie sono andate in parte distrutte durante la seconda guerra mondiale) e in particolare i portici in laterizi, che in origine si allungavano per quasi tutta la via;
recenti lavori di ristrutturazione della piazza centrale hanno fatto emergere un’interessante cisterna per l’approvvigionamento dell’acqua.
interesse naturalistico – L’ansa del fiume Ombrone, posta proprio sotto al paese di Paganico, è un punto di osservazione interessante per esaminare l’opera di trasformazione del territorio che il fiume compie, in modo particolare si nota l’azione di erosione che il fiume attua sul lato esterno e quella di deposito sul lato interno dell’ansa stessa, dove si accumulano ciottoli di varia dimensione.
L’osservazione della diversa struttura e composizione in specie esistente tra la vegetazione spontanea della campagna intorno al paese di Paganico e la vegetazione tipica delle rive fluviali consente di evidenziare la specificità di quest’ultima, che viene totalmente determinata dal regime idrico dell’alveo del fiume. La frequenza e la portata delle piene ed il superamento della portata stagionale media sono alcuni dei fattori che determinano una modificazione, talvolta profonda, dell’ambiente fluviale. Sul greto del fiume, raramente privo d’acqua, si insediano piante annuali, tra cui numerose specie pioniere a crescita rapida o piante erbacee particolarmente resistenti, seguite dal salice a cespuglio e dal salice bianco, la cui base viene annualmente sommersa per alcuni giorni. L’area di golena è dominata dal pioppo bianco (Popolus alba), localmente chiamato “alborella”. Nei tratti in cui il corso del fiume rallenta, dando luogo a piccole anse, tendono a formarsi piccoli canneti di cannuccia palustre (Phragmites australis).
Il fiume Ombrone è, all’altezza dell’abitato di Paganico, poco oltre la metà del proprio percorso. La corrente qui è mediamente forte e la trasparenza, a causa di particelle limose in sospensione, risulta già abbastanza ridotta. In questa porzione di fiume le caratteristiche ambientali si possono considerare intermedie tra quelle lotiche (caratteristiche del tratto a monte, con acque a scorrimento veloce e ricche in ossigeno) e quelle lentiche (tipiche, invece, del tratto terminale del fiume, a scorrimento molto lento e con pochissimo ossigeno disciolto). Ovviamente ad ogni situazione ecologica diversa corrisponde un diverso popolamento vegetale ed animale. Nel caso dei pesci, per esempio, troveremo in questo tratto di fiume sia specie ad ampia diffusione che specie con esigenze ecologiche tali da impedire la loro presenza in aree pianeggianti situate più a valle, vicino alla foce. Tra le specie più importanti troviamo qui l’anguilla (Anguilla anguilla), il cavedano (Leuciscus cephalus), l’alborella (Alburnus albidus), la carpa (Cyprinus carpio), il persico reale (Perca fluviatilis), il persico sole (Lepomis gibbosus) ed il luccio (Esox lucius).
Campagna di scavo in corso – Il castello di Poggio Cavolo è su un poggio (182 m s.l.m.) di forma triangolare che domina la bassa valle dell’ Ombrone, sulla sommità del comprensorio di Grancia, alle cui pendici scorrevano le arterie romane e medievali di collegamento fra Roselle-Grosseto e Talamone. Il sito si compone di due pianori: uno sommitale ed uno inferiore, entrambi cinti da uno spesso muro di pietre a secco. Al centro del pianoro sommitale è un corpo di fabbrica in avanzato stato di degrado che in via preliminare può essere identificato con una torre. Altri edifici sono visibili dai tagli del paleosuolo roccioso per l’ imposta di assi e pali. I redattori del Catasto del 1823 segna qui una chiesa diruta.
L’ identificazione risulta complessa data l’ estrema genericità del nome. E i vari autori che da Repetti si sono occupati del problema hanno contribuito ad aumentarlo. Mancano dati per tutto il tardoantico e l’ altomedioevo, quando, verosimilmente, esso fece parte del sistema difensivo bizantino prima e dell’ occupazione militare longobarda poi. I pochi documenti sono bassomedievali e si riferiscono all’ eremo citato nel 1232. La località viene menzionata però già dal 1121. Secondo Cardarelli qui sarebbe stato anche il castello di Montecalvoli. Nel ‘400 tuttavia il monastero fu trasferito a Sovana. La fascia compresa fra le colline di grancia e la riva sinistra dell’ Ombrone doveva essere rosellana fino a tutto l’ altomedioevo perché sia Poggio Cavolo che la curtis astiano (Alberese-vedi scheda di Istia d’ Ombrone) sono rosellane.
• parco archeologico: abitato legato all’estrazione a alla lavorazione dei metalli e necropoli – VII e VI sec a.C.